mercoledì 18 giugno 2014

conciliazione / partecipazione : formale o informale?



Ho sotto mano qualche riferimento inerente la partecipazione e ho iniziato a riflettere sulla validità e la percorribilità del riconoscimento ufficiale di azioni di partecipazione. Se con partecipazione si intende in primo luogo un coinvolgimento attivo dei cittadini o dei detentori di interesse alla vita pubblica ed ai beni comuni, ne segue quasi inevitabilmente che l'approccio attivo si sviluppi in attività concreta o azione decisionale.
Nell'interagire con cio' che ci stà intorno si viene necessariamente coinvolti nella regolamentazione delle reciproche libertà: diritti e doveri. Quanto la mia azione propositiva e positivamente orientata puo' ledere interessi legittimi altrui e / o scontrarsi con regole e norme?

Ho qualche perplessità che l'istituzionalizzazione del sentimento di comunità sia premiante. Le comunità si costruiscono stimolando l'interesse, ma di volta in volta in base a delle specifiche occasioni legate al territorio, alle sue caratteristiche sociali ed altro ancora. Se nel senso generale possono avere obiettivi similari (appunto di convivenza e di cura del bene comune) di fatto si declinano in una serie di micro attività molto diversificate e di difficile regolamentazione. Quest'ultima ha spesso un effetto deprimente se letta in termini vincolanti, proprio perchè spesso la comunità partecipante nasce per superare un vuoto o un  ostacolo delle regole.

Mi ritengo cittadina attiva oltre che professionalmente fiduciosa nella partecipazione e vivo sulla mia pelle questa contraddizione.

Penso ai servizi all'infanzia ed alle scuole obbligatorie che in modi diversi sono coinvolte in quanto luogo di affetti oltre che luogo fisico di attività pedagogica e didattica, agli spazi verdi ed ai cortili, al vecchio metodo dell'agenda 21, ai piani partecipati, alla conciliazione sul luogo del lavoro.

http://familyaudit.org/ è una certificazione, uno strumento manageriale che promuove un cambiamento culturale e organizzativo all’interno delle organizzazioni, e consente alle stesse di adottare delle politiche di gestione del personale orientate al benessere dei propri dipendenti e delle loro famiglie.
L'istituzionalizzazione estrema (è una certificazione!) di un approcco di vita mi sembra un tantino robotizzante, a meno che - e forse questa è la chiave pratica di lettura -  non diventi un meccanismo per ottenere agevolazioni (ad esempio fiscali) o fondi dall'ente pubblico che vuole dimostrarsi proattivo nel garantire che le attività del proprio territorio siano "concilianti" con la vita familiare e -magari - ottimizzando il sistema di utilizzo dei servizi all'infanzia e di tutto cio' che ruota attorno alla scuola.





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