lunedì 28 aprile 2014

runner & bikers all over the world

trovo questa nuova applicazione GIS open su web, che traccia i movimenti di runners and bikers che utilizzano posizionatori satellitari durante gli spostamenti.

questa è la mia zona (bikers)


questa invece è per i runners



Ma il comune lo sa? 






martedì 1 aprile 2014

scherzi di gioventu'

Oggi è il  primo aprile ed anche il mondo della geomatica ha i suoi scherzi.
Mi ricordo da ragazza in università, quando nelle esercitazioni del corso di "ingegneria del territorio" (una pacchia rispetto a meccanica razionale) il gruppo del mio fidanzato aveva sviluppato un progetto su una copia eligrafica (vi ricordate che puzza di ammoniaca? ) dell'urbanizzato di un quartiere di Milano inserendo un marchio distintivo, invisibile ai piu', che trasformava un rettangolo vuoto relativo ad un involucro (meno di 1 cm) in una postazione di toilet. Fecero l'esame appendendo le tavole nel salone e nessuno mai dei proff e dei ricercatori se ne accorse.
Ora scopro che la genialata alla ElioELST è degna di un articolo sulla storia della cartografia (ancora una volta da "la stanza dei grafici" dell'Internazionale):

La città immaginaria 


Chi deve ancora cambiare paradigma?

Tutti i guru della sostenibilità professano da anni che il sistema (ed in particolare le singole persone che lo compongono) devono cambiare paradigma. Uscire dall'ottica NIMBY ed operare prima di tutto come singolo cosciente.
In America le nuove generazioni non crescono con il mantra del possesso dell'auto (ne parlavo qui), nel precedente post segnalavo l'attenzione di Fondazione Cariplo come dei M5S. E allora chi manca all'appello? L'industria, le lobby, il sistema, la politica, la casta, etc.etc...
Ma vorrei concentrarmi su una categoria in particolare: non perchè meriti una attenzione superiore, ma semplicemente perchè mi è stata suggerita durante una riunione di lavoro.

"Gli ingegneri esistono per fare cose nuove, non gli insegnano a riciclare quelle che ci sono"

E se fosse vero? Sono ingegnere ma non ricordo se la mia storia didattica è stata plagiata verso il consumo. Penso di no, sono sempre stata attenta a queste cose. Ma forse la deriva esiste.
Non sarebbe male affrontare nuovamente i corsi classici della facoltà di ingegneria (e di architettura, visto che la mia specializzazione si confronta con questi) per scoprire l'impostazione mentale che viene trasmessa ai nuovi corsisti. 

Non parlo di corsi specialistici o master sulla sostenibilità ma di un nuovo modo di approcciare il pensiero progettuale, a partire dalla disponibilità di materiali, dalle caratteristiche del territorio e nell'ottica di ridurre l'impatto. No, le VAS e le VIA non servono a molto, questo lo sappiamo. Cercano di mitigare gli effetti di qualcosa di già pianificato o progettato e spesso vengono letti come inutili e dispendiosi passaggi burocratici. Come snellire allora la burocrazia e ridurre costi e tempi nell'approvazione di opere? Semplice, pianifichiamole e progettiamole bene queste opere, con discrezione,  fin da subito. Così il controllo sarà inutile o meno impegnativo e le modifiche in corso d'opera ridotte. Le conoscenze tecniche ci sono, perchè non diffonderle proprio ai futuri progettisti? 

C'è anche chi ha "scoperto l'acqua calda" ed ha inventato il concetto di "Architettura Timida". Interessante perchè si afferma conservatore quando probabilmente rappresenta la vera innovazione: ovvero decidere in libertà cosa è meglio fare (o non fare).

Dal loro manifesto:

Il restauro timido, e più in generale l’architettura timida, hanno come ispiratore il carattere timido. Le persone coraggiose cambiano, modificano e alterano la realtà ma i timidi sono i protettori della vita. Sono i veri “conservatori”. I timidi sono attenti e sensibili, a volte possono essere eccessivi nelle cautele, ma raramente si sbagliano a percepire il pericolo. Sono le nostre sentinelle; se li ascoltiamo, la loro paura può proteggerci tutti quanti. Il timido è l’unico che ci fa capire i nostri limiti, che ci segnali il nostro limite umano (conosci te stesso ), così la timidezza è anche la nostra saggezza.
Il restauro timido è l’arte di saper ascoltare. Certo è molto difficile imparare a farlo. Ciò vale anche per il nostro comportamento con gli altri uomini. Il timido impara ad ascoltare l’altro, astenendosi dal volerne anticipare il pensiero ( credendo magari di averlo già inteso ) ed è disposto a prestare attenzione. Il pensiero timido sfoglia le pagine di un libro sostando anche a lungo sulle righe e sugli spazi bianchi fra le righe, senza alcuna fretta di vedere come andrà a finire la storia. Torna sui propri passi perché gli sembra di non aver capito. 
(...)
La vera ricchezza dell’architetto o del restauratore timido è data da saper intervenire con poco, del quale poco non vi è mai penuria. Al contrario la pazzia del restauro tradizionale e dell’architettura contemporanea è basata sulla tecnica miracolosa, sullo spreco delle risorse, sul consumismo dilagante, sull' opulenza, sulla volontà di potenza che è solo un fantasma.

Gli ordini professionali potrebbero fare qualcosa di più. L'offerta formativa sugli aspetti della sostenibilità è ridotta a pochi singoli eventi o corsi supertecnici (energy manager, pannelli fotovoltaici, sicurezza nei cantieri). Perchè non organizzare un percorso di aggiornamento che illustri le diverse sfaccettature della sosteniblità nel costruito e spieghi perchè è giusto procedere in quella direzione, per la sopravvivenza - anche economica? Giusto, provero' a chiederlo direttamente a loro.

un commento non politico alla resilienza

Il sito climalteranti ha postato una breve ma essenziale sintesi dell'ultimo rapporto IPCC citando i temi della vulnerabilità e della mitigazione / adattamento. Due immagini fra tutte ben mostrano la gamma di eventi "eccezionali" che - come già spiegava James Hansen  - saranno sempre più frequenti.
La prima mostra la tipologia di impatti prevista nel mondo:


Da questa emerge che in Europa dovremo confrontarci con il sistema fisico, biologico ed umano. Gli stessi sono poi dettagliati in una tabella che meglio li descrive:

Come leggiamo gli impatti ed i relativi sforzi di adattamento sono guidati dagli eccessi di due driver quali acqua e sole (calore).
La prima vulnerabilità dovrebbe convincere il settore pubblico a promuovere serie pratiche di gestione del territorio. La decisione di liberare energie utili alla salvaguardia del territorio dovrebbe essere cura del pubblico dato che si tratta perlopiù spazi non vincolati dalla proprietà privata. Il settore privato, adegutamente normato, potrebbe generare un sistema di attività , ad esempio la gestione dei boschi inserita in una catena di produzione di legname da ardere e di pellet locali, da cui ne seguirebbe anche una minor necessità di manutenzione ai corsi d'acqua).
La seconda vulnerabilità riguarda proprio la gestione dell'acqua intesa nel suo consumo e nel drenaggio. In questo caso molto potrebbe essere fatto da attenzioni nella corretta pianificazione e progettazione del costruito (civile/residenziale/infrastrutture). Cosa stiamo dicendo:

  • ridurre il consumo d'acqua, che molto spesso è completamente sfuggito all'utente finale (cittadino) rendendo obbligatoria (o incentivando fortemente) l'installazione di riduttori di flusso;
  • prevedere sistemi di raccolta delle acque piovane che confluiscono nella rete fognaria e riutilizzarle per usi in cui non è richiesta la potabilità dell'acqua: lavaggi auto, innaffiature dei giardini, pulizie di strade e cortili;

piccolo inciso: nei box sottorranei vicino a casa mia, si consuma energia per pompare l'acqua di falda fuori dal sedime, si paga il consorzio di depurazione per la stessa acqua che viene scaricata nella rete fognaria ed infine si compra acqua potabile per effettuare la pulizia e la manutenzione delle aiuole: vi sembra normale?

L'ultima vulnerabilità classificata rientra nella gestione dei picchi di calore, che possono essere affrontati (dal punto di vista dell'ingegneria civile) con una adeguata progettazione dell'involucro e degli ambienti di lavoro e residenza nonchè una adeguata pianificazione della mobilità e delle relazioni di spostamento.

Tutte queste cose esistono e sarebbero facilmente applicabili. Senza scomodare smart cities , sistemi evoluti di ICT o altro tecnologismo burocratizzato. Esistono protocolli volontari di sostenibilità relativi ai singoli edifici, all'organizzazione dei quartieri, alla gestione e manutenzione degli edifici.

La resilienza si fa' al di là delle leggi e nel piccolo-locale. Poi c'è chi , come Rob Hopkins (Transition), riesce ad organizzare i casi , metterli in rete e diffonderli. Abbiamo bisogno di consulenti che ci facciano riflettere sulle cose importanti della vita e che abbatano i muri costruiti dal "riserbo e antipatia del cittadino" (ringrazio Marinella Scalvi, per l'interessante definizione spiegata dal suo intervento in Triennale lo scorso 29 Marzo ) .

L'altra stranezza, che sostiene l'idea che stiamo parlando solo di buon senso, è vedere lo stesso Rob Hopkins citato sia nel sito della Fondazione Cariplo che in quello di BeppeGrillo/M5S: il tema è trasversale.

E allora cosa aspettiamo?