giovedì 30 luglio 2015

SMART? (AC, energia e condomini)

Gianluca Ruggeri , vecchio compagno di corso ll'università, ha scritto un bell'articolo per spiegare le relazioni tra strategie , norme e blackout.

Non è il mio tema, ma ne condivido pienamente il metodo analitico e l'approccio SMART (bottom -up, anche se sviluppato da un esperto di ruolo).

Qualche spunto:

...le caratteristiche delle energie rinnovabili, che sono estremamente diffuse sul territorio, sembrano suggerire un modello alternativo di organizzazione del sistema energetico e in particolare del sistema elettrico. Un sistema diffuso, dove il consumatore possa anche essere produttore. Nel nuovo quadro della transizione serve forse riscoprire un nuovo municipalismo, capace di integrarsi in un contesto nazionale.

Ad esempio, oggi per un condominio ... non è possibile invece avere un unico contatore elettrico comune, magari allacciato a un impianto fotovoltaico condominiale. In questo modo tutte le abitazioni si collegherebbero a un unico impianto dividendosi oneri (bolletta elettrica) e benefici. L’autoconsumo dell’energia prodotta potrebbe generare vantaggi sia ai condomini sia alla rete di distribuzione. E invece proprio in questi giorni abbiamo sperimentato come una rete inadeguata ai tempi porti a importanti disservizi. Una comunità elettrica condominiale così organizzata costituirebbe il primo nucleo delle cosiddette smart grid o smart cities. Ma la Strategia Energetica Nazionale, pur abbondando dell’aggettivo smart, lo dedica solo alle iniziative delle grandi società, trascurando completamente il ruolo positivo che potrebbero giocare le comunità di cittadini, che accompagnerebbero la transizione tecnologica al cambio di mentalità necessario per il nuovo modello energetico.


alberi mac mahon

Sono sempre felice di vedere nella città dove abito gemmazioni di iniziativa sostenibile e sicuramente il processo che ha portato alla definizione del nuovo progetto di rifacimento binari macMahon, è uno di questi.


Lo sforzo è stato titanico ancora (la classica difficoltà di  uscire dai "binari " del "business as usual"; di questo successo , non me ne vogliano i consiglieri di zona, ma molto è dovuto alla spinta ed alla pressione dei comitati di zona e dei consiglieri m5s che con modi non sempre appropriati hanno lottato per un miglioramento.

Non finiro' mai di dire che rispetto alle precedenti amministrazioni, le scelte di fondo e i tentativi di metodo sono lodevoli, ma il percorso di innovazione verso una progettazione partecipata è ancora lontano. Molto si dice e si scrive ma la pratica quotidiana ancora fatica a cambiare - troppi castelli gerarchici, metodi e strutture che esistono e vivono sui vecchi meccanismi.

L'aver messo a disposizione ogni elaborato del nuovo progetto è sicuramente una dimostrazione di trasparenza, anche se avvenuta a posteriori e temiamo per marketing elettorale. Un progetto redatto da ATM, in accordo con AMAT (che pianifica i trasporti) e si immagina in concerto con il ns assessore alla mobilità è stato linkato senza ordine ne spiegazione in una pagina a latere del portale del comune. Come dire, non proprio un metodo di lavoro trasparente. Comunque siamo positivi, meglio tardi che mai.

Cercando di decifrare quegli allegati, ed in particolare quelli redatti da SOING la società che si è occupata delle analisi del suolo (radici) mi sono fatta l'idea - qualcuno puo' spiegarmi se sto sbagliando - che l'indagine, richiesta dal comitato per approfondire la "solidità" degli alberi è stata programmata (non dall'inizio ma quando scoppio la rissa) dal comune con il secondario (ma neanche tanto) obiettivo di individuare i sottoservizi. Leggende metropolitane raccontano di tutto e di più so cosa esiste sotto la carreggiata di Mac Mahon: tante volte è stato chiesto al comune una delucidazione ma risposte zero. Eppure ci si chiedeva come non ci fosse traccia dei sottoservizi su Mac Mahon quando non molti anni fa si è interventuti nel sottopasso ferroviario all'incrocio con via F. Caracciolo. Problemi di competenza FS/COMUNE? Chi lo sa.

La resistenza dei comitati è stata fiaccata grazie ad una lenta tortura che ha minato per diversi mesi l'accessibilità della zona. Se la temporanea chiusura del tratto tramviario Mac Mahon non fosse coincisa con la deviazione del vicino 14 (chiusura via Cenisio), dei lavori della fermata M5 (Cenisio e Gerusalemme), la percezione del disagio da parte degli abitanti sarebbe stata insufficiente a sopportare scelte eclatanti. Sfiancati da mesi di code in via Luigi Nono, di attese infinite e di infiniti interscambi (il 12 è stato deviato a lungo anche nella tratta di prosecuzione da Santorre di Santarosa verso l'Ospedale Sacco, con un autobus di collegamento diverso dal primo) si è accettata la soluzione less worse. Ormai AMAT e PUMS dicevano che quella era una direttrice strategica e quindi saddafà!

Peccato perchè esistono circuiti alternativi (via Varesina ed i suoi mezzi, via Cenisio) e fermate di interscambio di un interessante sistema sottosfruttato quale il passante (che incontra la linea 12 a Certosa e marginalmente a Villapizzone). Per altro, nello stesso PUMS rimane irrosolto il collegamento con Bovisa università, ipotizzando fantomatiche varianti. Modificare la continuità della linea 12, spezzzandola in sottosistemi, avrebbe facilitato la messa a sistema di modalità diverse, in particolare il passante. Ma questo è un altro piano.

L'occasione diventa interessante se si entra nel merito delle strategie del verde. Ancora non posso che lodare il cambio di tendenza di questa amministrazione rispetto alle precedenti (dal grey al green, almeno in termini di colori) ma da parte di chi si occupa di ambiente, assessore e suoi consulenti tecnici, mi farebbe piacere ascoltare una vera lezione sull'importanza degli ecosistemi ambientali nella gestione dei cambiamenti climatici. Premesso che verde è bello e più verde è più bello, è riduttivo classificare come strategia la scelta di rinverdire con tappeti erbosi irrigati e giovani alberi di piccola media taglia, fazzoletti di suolo cittadino. Esistono a mio avviso due grandi temi che andrebbero approfonditi. Il primo è argomento di studio di Christian Korner, University of Basel, che in un convegno lo scorso giugno presso il Politecnico di Milano ha spiegato ad una folta ed attonita schiera di ingegneri ambientali la differenza che c'è tra capitale e cash flow biologico, ovvero la differenza di capacità di immagazzinamento di CO2 di un albero "maturo" ed una piantumazione fast turnover. La seconda, e so per certo che se ne stà occupando il Comune di Padova, riguarda la mitigazione e l'adattamento degli effetti climatici a scala urbana. In particolare stanno approfondendo le relazioni tra l'effetto isola di calore e le superfici costruite (o meglio pavimentate) nonchè l'effetto di runoff e washout negli eventi piovosi estremi.

Consideriamo anche che  in una vera città europea (che europea non è) avviene questo:
A new joint policy unit, the Centre for Connected and Autonomous Vehicles (C-CAV), will coordinate government policy on driverless cars and related technology.

Si puo' sempre migliorare...

giovedì 23 luglio 2015

l'africa a milano

Il mese di luglio del 2015 ha concentrato numerose opportunità di riflessione. Il caldo africano ha messo in risalto fragilità e paranoie del nostro stile di vita nonchè modello di sviluppo.

nasa_ http://www.independent.co.uk/environment/2015-on-course-to-be-earths-hottest-year-ever-after-recordbreaking-june-temperatures-10402280.html
L'Italia (e l'Europa) è stata invasa dalle temperature estreme prolungate, dal vento caldo, dagli "uomini neri" e dalle formiche (spesso, anch'esse nere...).

La capacità di reazione della popolazione di "umani occidentali civilizzati "è stata  direttamente sfidata. Eccolo, un primo esempio di invasione lampo per testare le armi di difesa del nemico. 

Se proviamo ad analizzare il comportamento messo in atto impulsivamente ed autonomamente dalla popolazione locale in un quadro integrato e complessivo, dovremo ammettere (io lo so e spero di riuscire a convincervi o almeno instillare in voi il dubbio con queste poche righe) che tutto sembra tranne una vincente strategia di resilienza. L'idea di resilienza corrisponde al principio che alle pressioni esterne lo stato si modifica per poterne "gestire" gli effetti. La resilienza non è una medaglia ma una tecnica di sopravvivenza nel lungo periodo: sfidare le nostre capacità ed i nostri limiti non per l'eccitazione del successo ma per trovare un modo di mantenere in vita noi stessi ed il genere umano nel lungo periodo. Insomma la differenza che c'è tra fare la spesa di natale in un negozio bio e custodire il lievito madre nel frigorifero.

La resilienza, l'adattamento la mitigazione sono temi che hanno aperto nuovi fronti di ricerca da qualche anno ormai, ma per ora si vedono solo gli effetti del consumo di carta e di nuove strutture deputate a ragionare cosa è green e cosa è grey. La resilienza rappresenta  a mio avviso (e nella mia beata ignoranza) un fantastico esempio di "boundary object" ovvero l'anello di collegamento tra mondi diversi ma che per almeno una parte dei loro sosttosistemi si intersecano. Nasce dal basso, è applicata nel locale ma puo' diventare efficace se il sistema nel suo insieme è gestito in modo organico, come una popolazione di formiche. Una popolazione che con ruoli diversi collabora unita per cogliere le opportunità dell'ambiente esterno e sopportare o contenerne le criticità.

I veleni contro le formiche, i muri contro le invasioni, i condizionatori per vivere, le auto per mantenere un isola felice anche all'esterno della propria unità abitativa non possono essere considerati forme di resilienza.