lunedì 22 settembre 2014

media contro regime

Cannibalizzando un filone inventato da un noto quotidiano online segnalo questi 3 episodi sul tema della mobilità...

l'istrionico Marco Ponti durante un incontro notangenziale.org ad abbiategrasso (dal minuto 11 in poi - binario o cemento? parte 5)




oltre alla puntata di Presa Diretta di ieri domenica 21 settembre :

Trasporto pubblico - Presa Diretta del 21/09/2014


Una terza ed ultima riflessione. Sebbene gli USA siano reticenti a firmare accordi sul clima, in quel paese (grande, almeno per la sua estensione) hanno organizzato un movimento che vuole andare oltre alle pratiche quotidiane di sostenibilità del singolo privato cittadino , muovendosi come una lobby per modificare le scelte strategiche.
Nella giornata del people's climate march (ieri 21 settembre - http://peoplesclimate.org/) A New York sfilano Di Caprio, Sarandon, Ruffalo. A Roma, in sella alla sua Graziella, la Boldrini. Londra, New York, Colonia, Bruxelles e molte altre grandi città di tutto il mondo registrano numeri altissimi, testimoniati dalle foto scattate da utenti e giornalisti.  A Roma, ma in generale in tutta Italia, le foto che vengono postate sui social sfiorano l’avvilente, se non il ridicolo. In un’immagine, addirittura, vengono ripresi un gruppetto di turisti ai Fori Imperiali con un hastag (#Romaxpeople’sclimatemarch) a dir poco entusiasta. Ad ognuno il suo.




http://www.improntaunika.it/2014/09/flop-marcia-in-italia-scoperta-comunita-speciale/

lunedì 8 settembre 2014

un "movimento senza nome"

Riporto integralmente un testo dalla pagina de I colloqui di Dobbiaco 2014.
E' bellissima e non voglio perderla....

Diventare capaci di futuro

Viviamo in tempi di cambiamento
Come può accadere, ciò che deve accadere? È scritto anche sui muri che qualcosa deve essere fatto. Sappiamo che il 21° secolo detiene drammatici rischi: In tutto il mondo sta cambiando il clima, le montagne di debiti rendono la crescita economica una chimera, ovunque continua ad aumentare il divario tra ricchi e poveri. A livello di governo, tuttavia, la rimozione dei problemi regna suprema, da nessuna parte si ha la sensazione che le classi dominanti abbiano riconosciuto i segni dei tempi. Ma il cambiamento, insidioso e sovversivo, è in corso.
Esso non aspetta le risoluzioni dei congressi dei partiti né le direttive UE, ma avviene attraverso piccole e grandi iniziative che nascono in molti luoghi nella società. Certo, la maggioranza della società non è ancora coinvolta. La storia, però, raramente è stata fatta da maggioranze, quanto piuttosto da minoranze. Anche se le minoranze non hanno alcun potere, hanno però influenza. Reagiscono presto ai cataclismi imminenti, incarnano nuove sensibilità, articolano nuove domande e implementano nuove soluzioni. Così è decollato negli ultimi decenni in tutto il mondo un “movimento senza nome” (Paul Hawken), che va dall’agricoltura biologica al commercio equo, dalle case a zero energia all’industria solare, dalle iniziative di quartiere alle reti internazionali di ricerca socialmente responsabile. Il movimento senza nome non ha testa e nessun centro, ma è vario e globale. La tutela dell’ambiente, la giustizia sociale e - al di fuori dell’Europa - i diritti dei popoli indigeni in tutto il mondo sono i loro principi guida e, nonostante tutte le differenze, li riunisce un pensiero di base: I diritti delle persone e la rete della vita nella natura sono più importanti dei beni e del denaro.
Non è un caso che per questa Nuova Internazionale né falce né martello si prestano come simbolo, ma nella migliore delle ipotesi è Internet. A differenza dei movimenti contadini o operai la sua forza nasce meno dalla mobilitazione delle masse, ma da un cambio di mentalità e da soluzioni intelligenti. Opera più attraverso la diffusione di utopie concrete che da un accumulo di forze; nel suo modo di agire segue di più il modello epidemiologico della contaminazione che non quello meccanicistico della concentrazione delle forze. Questo non può essere altrimenti, visto che siamo di fronte a un cambiamento di civiltà e non semplicemente a una sostituzione della classe dirigente.

Una svolta mentale e culturale
Quindi non si tratta solo di obiettivi e risultati delle iniziative che hanno fatto della capacità di futuro il loro programma, ma si tratta anche dello spazio interno, che queste iniziative devono creare, se non vogliono morire. Va tenuto presente e distinto: la pianificazione e l’attuazione del progetto è una cosa, l’altra è l’interiorità dei pensieri, dei sentimenti e delle forze decisionali. In questa sfera si decide se i partecipanti al progetto tornano a casa incoraggiati o demotivati, se lavorare insieme irradia calore o piuttosto emana freddezza, se il gruppo viene preso da un sentimento collettivo o dilaga la stagnazione. Alcuni progetti falliscono a causa di questi scogli della coscienza, mentre altri vi navigano intorno ed emergono forti. Scoprire e cambiare lo spazio interno è un lavoro personale, senza la mobilitazione interna delle emozioni e della volontà i progetti per un futuro sostenibile non si faranno.

Cambiare il discorso sulla capacità di futuro
Il discorso sulla sostenibilità deve cambiare. Il motto è contare e rac-contare. Gli studi sulla sostenibilità abbondano di dati sui consumi, sui tassi di perdite e contrazioni, sugli obiettivi di riduzione. Ma i numeri da soli non ispirano, semmai informano. La curiosità, la gioia di sperimentazione e l’impegno entrano in gioco quando il senso di possibilità delle persone si sveglia. Poiché i numeri difficilmente motivano né ispirano, ci vogliono le narrazioni in grado di disegnare per l’occhio spirituale delle immagini mentali. Certo, le tabelle e i diagrammi, l’intera presentazione grafica di curve, colonne e torte presentano al lettore in modo chiaro, rapido e facilmente leggibile i rapporti numerici, ma stimolano solo la sua memoria e non la sua empatia. Non c’è modo di parlare in maniera oggettivistica  riguardo ai bisogni o gli ideali, il gusto o la saggezza, gli interessi o le rimozioni, la storia o il futuro, le paure o le utopie; ma è questa la sostanza di cui è fatto il cambiamento.
E di più. In molte rappresentazioni scientifiche la natura viene ridotta al mondo-ambiente (Umwelt). Gli animali e le piante, l’acqua e le rocce vengono presentati solo come dati oggettivi e non come mondo collettivo (Mitwelt). Le sorprese e le stranezze della natura, i suoi suoni, colori e forme non entrano in un discorso riduttivo sulle variabili di consumo. La natura, rappresentata in tal modo, difficilmente smuove le emozioni delle persone. La ricerca di dati oggettivi ricorda l’ideale tradizionale scientifico di produrre sapere al di là del conflitto sconcertante delle opinioni. È ben noto che il prezzo per questo “progresso” era di tagliare qualsiasi collegamento tra il soggetto che osserva e l’essere naturale osservato, escludendo in tal modo che i due si incontrassero come esseri viventi. In contrasto con la visione meccanicistica del mondo il romanticismo ha sempre insistito che non solo l’uomo interviene sulla natura, ma anche la natura parla all’uomo. Aprirsi alle sue impressioni, sentire la sua voce e la sua intenzionalità, richiede una percezione speciale. I sensi e l’immaginazione giocano un ruolo particolare, per alimentare ed espandere il mondo-del-sé con esperienze e cognizioni.

Wolfgang Sachs estratte dalla prefazione al libro di Shelley Sacks e Hildegard Kurt “Die rote Blume. Ästhetische Praxis in der Zeit des Wandels” (Il fiore rosso. Prassi estetica in tempi di cambiamento).

grazie federico!

Scrivo una lettera aperta, come se fosse un email a Federico Bastiani, Ideatore di Socialstreet, a commento di un suo articolo su www.ilfattoquotidiano.it.


Buongiorno Federico,

desideravo ringraziarti per il tuo articolo, nel blog de Il fatto quotidiano, nel quale specificando la tua totale e volontaria estraneità a logiche economiche e politiche, ci avvisi di come il mondo economico-politico-istituzionale stia "allungando le mani" sulla cittadinanza attiva per coprire molti dei disservizi dovuti a mancanza di fondi e prospettive economiche.

Ho 43 anni e due figli e negli ultimi anni mi sono trovata per necessità e/o per scelta (a secondo se il bicchiere lo si vede mezzo vuoto o mezzo pieno) ad avvicinare argomenti di socialità, beni comuni, collaborazione informale nel quotidiano.

Il tutto si è innescato all'interno del percorso alla scuola materna dei miei "nani": rappresentante di sezione, poi genitore eletto in rappresentanza cittadina per i servizi di Milano. Vivendo il vicinato (non più 24h in ufficio) scopri tutta una serie di criticità ed opportunità, per cui basterebbe poco, veramente poco, per vivere meglio. Che si chiami resilienza, che si chiami cittadinanza attiva, collaborazione poco importa. Scopri le tensioni dovute agli approcci di vita diversi, devi mediare, capire, etc...

E visto che non è nella mia indole fare barriccate o organizzare picchetti, cerchi la strada chiedendo, studiando, per poter realizzare qualche piccola iniziativa che faccia vivere - un poco meglio - te e gli altri. E comunque non ti faccia decerebrare, pensando solo ai pannolini o ai vestitini dei bimbi.

Cose forse un tempo delegate ai pensionati (con reddito certo, ancorchè basso, e molto tempo libero oltre alle capacità e le competenze). Le dinamiche economiche e sociali che stanno stravolgendo la nostra generazione, hanno per tante persone (e penso soprattutto all'universo femminile) reso disponibili margini di energie mentali e fisiche che vengono (ma potrebbero in modo molto piu importante) concentrate a colmare le mancanze e contenere le criticità del vivere quotidiano.

Mi sono resa conto in questi mesi/anni che purtroppo spesso le istituzioni costituiscono una barriera alla progettualità, anche se prese singolarmente assessori, consiglieri etc. sarebbero estremamente proattivi ed innovatori.

Questa indolenza ed astenia istituzionale ha reso possibile che si sia passati dal concetto di NIMBY (not in my backyard) al concetto opposto YimbY (Yes in my backyard), nel quale la cittadinanza, singola o organizzata, sviluppa e promuove una propria progettualità a fronte degli interventi minimi delle amministrazioni. Privati cittadini o associazioni che si sentono consapevoli (in quanto utilizzatore finale) di meglio conoscere le esigenze e necessità.

Pur comprendendo la necessità di avere una cornice di rispetto e omogeneità all'interno di mondi condivisi (lo spazio pubblico, la scuola, la socialità e mille altri ancora) le istituzioni sembrano accettare solo qualche timida apertura ad associazioni note o ben allocate, e molto più spesso approfittare di finanziamenti elargiti da coscienziose fondazioni, attraverso la progettualità dei cittadini. Non è una questione di colore politico ma complessivamente di regole ed istituzioni.

L'impressione è che una nuova borghesia (quella vecchia è stata dissolta dalla crisi ) stia ricostruendo il tessuto sociale al quale affidare la discussione di temi importanti ed etici, le contraddizioni sulla didattica nelle scuole, la cura degli spazi comuni e probabilmente quindi la capacità di discussione democratica che secondo Amartya Sen è la base stessa della democrazia.

Chissà se questa nuova borghesia sarà capace di non utilizzare il contesto per saltare sul "ricco carro della politica" e invece stimolare le istituzioni a definire un nuovo quadro strategico, in cui fissata la visione e fissate le regole di condivisione e di rispetto reciproco, si possa lavorare per un bene comune, l'unico: la vera qualità della vita in ogni sua forma.

Grazie ancora
Claudia





tagliare i ponti (2): errata corrige



Il post precedente era stato scritto con l'ingenuità e la superficialità di chi non sa ma vuole capire...

Nel frattempo ho letto Paolo Rumiz - Maschere per un massacro . 

E' un libro che ho scovato con la mia testardaggine, mente ero al lago, in una Feltrinelli accogliente nel design ma senza passione per i libri ed il loro significato.
Avevo letto una notizia su internet, ricordavo uno scrittore italiano e l'editore (appunto lo stesso brand del punto vendita). No non ricordavo il titolo, ma il concetto che in quel libro era stata descritta una interpretazione (o forse la verità?) dei conflitti in Bosnia. Nessuno dei venditori ne la responsabile del negozio mi sapevano aiutare. Mi sono seduta sullo scalino dell'ingresso, e con 10 minuti di ricerca dal mio smartphone ho rintracciato prima il nome dell'autore. Mi faccio indicare dove trovo i suoi testi nel negozio e tra i 5 o 6 in mostra non mi sembra di identificare il mio tema. Solo controllando la biografia dell'autore, all'interno del risvolto di uno di questi romanzi, capisco che uno non risulta esposto. Alla domanda specifica la titolare controlla a pc e mi segnala che quello, non essendo un romanzo ma un saggio, era nello scaffale storia!

Sono uscita raggiante con il mio tesoro appena dissepolto e con l'amarezza per essere stata trattata come una sciocca e noiosa fonte di disturbo e di fatica per i collaboratori del negozio.

Vabbe' il libro è sconvolgente. Mi son chiesta se sia giusto fidarsi di quelle parole - oramai non mi fido più neanche della mia ombra, potrebbe uccidermi per un po' di soldi - ma ha senso e puo' essere tutto vero...purtroppo.