La prima mostra la tipologia di impatti prevista nel mondo:
Da questa emerge che in Europa dovremo confrontarci con il sistema fisico, biologico ed umano. Gli stessi sono poi dettagliati in una tabella che meglio li descrive:
Come leggiamo gli impatti ed i relativi sforzi di adattamento sono guidati dagli eccessi di due driver quali acqua e sole (calore).
La prima vulnerabilità dovrebbe convincere il settore pubblico a promuovere serie pratiche di gestione del territorio. La decisione di liberare energie utili alla salvaguardia del territorio dovrebbe essere cura del pubblico dato che si tratta perlopiù spazi non vincolati dalla proprietà privata. Il settore privato, adegutamente normato, potrebbe generare un sistema di attività , ad esempio la gestione dei boschi inserita in una catena di produzione di legname da ardere e di pellet locali, da cui ne seguirebbe anche una minor necessità di manutenzione ai corsi d'acqua).
La seconda vulnerabilità riguarda proprio la gestione dell'acqua intesa nel suo consumo e nel drenaggio. In questo caso molto potrebbe essere fatto da attenzioni nella corretta pianificazione e progettazione del costruito (civile/residenziale/infrastrutture). Cosa stiamo dicendo:
- ridurre il consumo d'acqua, che molto spesso è completamente sfuggito all'utente finale (cittadino) rendendo obbligatoria (o incentivando fortemente) l'installazione di riduttori di flusso;
- prevedere sistemi di raccolta delle acque piovane che confluiscono nella rete fognaria e riutilizzarle per usi in cui non è richiesta la potabilità dell'acqua: lavaggi auto, innaffiature dei giardini, pulizie di strade e cortili;
piccolo inciso: nei box sottorranei vicino a casa mia, si consuma energia per pompare l'acqua di falda fuori dal sedime, si paga il consorzio di depurazione per la stessa acqua che viene scaricata nella rete fognaria ed infine si compra acqua potabile per effettuare la pulizia e la manutenzione delle aiuole: vi sembra normale?
L'ultima vulnerabilità classificata rientra nella gestione dei picchi di calore, che possono essere affrontati (dal punto di vista dell'ingegneria civile) con una adeguata progettazione dell'involucro e degli ambienti di lavoro e residenza nonchè una adeguata pianificazione della mobilità e delle relazioni di spostamento.
Tutte queste cose esistono e sarebbero facilmente applicabili. Senza scomodare smart cities , sistemi evoluti di ICT o altro tecnologismo burocratizzato. Esistono protocolli volontari di sostenibilità relativi ai singoli edifici, all'organizzazione dei quartieri, alla gestione e manutenzione degli edifici.
La resilienza si fa' al di là delle leggi e nel piccolo-locale. Poi c'è chi , come Rob Hopkins (Transition), riesce ad organizzare i casi , metterli in rete e diffonderli. Abbiamo bisogno di consulenti che ci facciano riflettere sulle cose importanti della vita e che abbatano i muri costruiti dal "riserbo e antipatia del cittadino" (ringrazio Marinella Scalvi, per l'interessante definizione spiegata dal suo intervento in Triennale lo scorso 29 Marzo ) .
L'altra stranezza, che sostiene l'idea che stiamo parlando solo di buon senso, è vedere lo stesso Rob Hopkins citato sia nel sito della Fondazione Cariplo che in quello di BeppeGrillo/M5S: il tema è trasversale.
E allora cosa aspettiamo?


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